Un'alluvione lampo innescata dal crollo di un ghiacciaio ha colpito ieri, 26 agosto 2026, la regione himalayana al confine tra Nepal e Tibet. Il bilancio, aggiornato a giovedì 27 agosto, conta almeno 362 morti e oltre 1.400 dispersi. L'ondata di fango e detriti ha spazzato via intere comunità, danneggiando strade, ponti e impianti idroelettrici, isolando molte aree.
Le analisi iniziali del Servizio Geologico statunitense (USGS) avevano rilevato un segnale sismico di magnitudo 4.4, ma l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha chiarito che non si è trattato di un terremoto tettonico. Il segnale era causato dal gigantesco distacco di ghiaccio e roccia, che ha liberato un'energia equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. Questo ha creato una diga naturale sul fiume Lhende Khola, il cui cedimento ha scatenato un'onda di piena lungo i fiumi Bhote Koshi e Trishuli. L'imprevedibilità dell'evento ha lasciato poco tempo di reazione agli abitanti e ai turisti presenti nella zona, nota per il trekking e i pellegrinaggi verso il Tibet.
L'Italia è coinvolta nella tragedia: la Farnesina, il Ministero degli Affari Esteri, ha attivato l'Unità di Crisi per assistere i connazionali. Attualmente, tre italiani risultano irreperibili. Tra questi, Marco Ratto, un orafo di Rapallo. Altri due italiani, Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, sono stati salvati e sono assistiti dalla diplomazia italiana. La difficoltà nel tracciare i dispersi, in particolare i molti turisti stranieri, rende il bilancio provvisorio, mentre le ricerche proseguono in una vasta area.