Immagine generata con AILa vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano dell'Università di Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto con evidenti segni di tortura il 3 febbraio, ha segnato un decennio di tensioni diplomatiche tra Italia ed Egitto. Il 28 settembre 2026, la Prima Corte d'Assise di Roma ha pronunciato una prima sentenza, condannando tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani – Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed – a dieci anni di reclusione per il sequestro aggravato del giovane. Un quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Significativamente, l'accusa di omicidio nei confronti del maggiore Sharif è stata fatta cadere. Il raggiungimento di questo verdetto è stato un percorso tortuoso, ostacolato dalla persistente mancata collaborazione delle autorità egiziane, che per anni si sono rifiutate di fornire i recapiti degli imputati, rendendo impossibile la loro notifica formale e costringendo a un processo in contumacia. Solo dopo un intervento della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto la necessità di procedere anche in assenza per reati di tortura in determinate circostanze, è stato possibile portare avanti il dibattimento.
La sentenza prevede anche risarcimenti provvisori immediatamente esecutivi: 200mila euro ciascuno per i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro per la Presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile. Tuttavia, l'effettiva riscossione di queste somme e l'esecuzione delle pene detentive rimangono subordinate alla cooperazione dell'Egitto, finora sempre negata, dato che i condannati si trovano nel paese nordafricano. Il governo italiano, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha ribadito l'intenzione di non interrompere i rapporti con Il Cairo, sottolineando l'importanza dell'Egitto come partner strategico per l'Italia su questioni come energia e migrazione. Questa posizione ha suscitato le critiche delle opposizioni e della famiglia Regeni, che chiedono un taglio netto delle relazioni diplomatiche.
In questo contesto, si inserisce il caso di Nessy Guerra, una donna italiana di 27 anni originaria di Sanremo, condannata in Egitto a sei mesi di carcere per adulterio e bloccata nel paese con la figlia di tre anni. La donna, in attesa di un ricorso in Cassazione, ha espresso pubblicamente il timore che la sua vicenda possa essere strumentalizzata o subire ritorsioni in relazione alla sentenza Regeni. Mentre alcuni media egiziani hanno riportato di presunti contatti ad alto livello tra Roma e Il Cairo prima della sentenza sul caso Regeni, con l'obiettivo di trovare una soluzione che non compromettesse le relazioni, Palazzo Chigi ha smentito tali conversazioni. Questo intreccio di eventi evidenzia la complessità delle relazioni bilaterali e la difficile ricerca di giustizia per Giulio Regeni, con la prospettiva di ulteriori gradi di giudizio e la continua incertezza sull'applicazione della sentenza.