La catastrofe che ha devastato l'area di confine tra Nepal e Tibet, con un bilancio di almeno 289 morti e oltre 1.300 dispersi, è iniziata mercoledì 26 agosto 2026 con il crollo di una porzione di ghiacciaio. Questa valanga di ghiaccio e roccia si è riversata nel Lhende Khola, un affluente del fiume Bhote Koshi, creando uno sbarramento naturale che ha poi ceduto, scatenando una piena di fango e detriti. Le registrazioni, inizialmente attribuite a un terremoto di magnitudo 4.4, sono state chiarite dall'Istituto Geologico Statunitense (USGS) come segnali generati dalla potenza della frana. La dinamica non è stata causata da un movimento tettonico, ma da un dissesto idrogeologico amplificato dallo scioglimento dei ghiacciai dovuto al cambiamento climatico.
Le zone più colpite in Nepal includono i distretti di Rasuwa, Nuwakot e Dhading, dove sono stati spazzati via villaggi e infrastrutture come strade, ponti e impianti idroelettrici. Sul versante cinese, il porto di Gyirong, importante valico di frontiera, è stato devastato. Le operazioni di soccorso sono rese difficili dall'estensione dei danni, dall'instabilità del terreno e dalle piogge che complicano gli interventi, mantenendo alto il rischio di nuove frane a causa di un lago di sbarramento naturale formatosi a monte. Molti paesi hanno inviato aiuti: il primo ministro cinese Li Qiang ha visitato l'area, gli Stati Uniti hanno stanziato 500.000 dollari e il Regno Unito ha offerto 5 milioni di sterline e squadre di soccorso. Il ministero degli Esteri italiano, tramite l'Unità di Crisi, sta assistendo i connazionali, in particolare i due italiani bloccati e poi soccorsi, e sta verificando la situazione degli altri circa 90 italiani presenti nella regione, collaborando con i consolati e l'ambasciata a Pechino.